I fascisti

Un aspetto non secondario fu rilevante in quelle ore: l’aiuto di collaborazionisti fascisti.

A Cintolese, durante gli avvenimenti di casa Simoni, due donne urlarono che conoscevano bene alcuni di loro poiché erano repubblichini di Cintolese. Chi sostenne di sapere i nomi, Casimiro Giacomelli, morì senza mai confessarli ad anima viva per non provocare vendette e affermò, nel 1964, che ormai aveva perdonato. Suo figlio Guido il 9 aprile 1945 rilasciò un’interessante deposizione nel processo di epurazione a due guardie comunali che secondo lui potevano essere coinvolti.
Giovanna Simoni riferisce che tre fascisti erano passati da casa loro una decina di minuti prima rispetto ai tedeschi, dissero di stare tranquilli e di rimanere dentro. Sua zia, poi morta, le rivelò i nomi, ma dopo la guerra erano già morti tutti e tre. Qualcuno affermava che un certo Giotto, interprete tedesco, fosse presente in Padule. Ad Averardo Corrieri, portatore di munizioni, nonostante fosse sconvolto, non sfuggì il particolare di un soldato disarmato e vestito in maniera diversa che non disse una parola presso casa Simoni.

A Ponte Buggianese testimoni oculari, del tutto attendibili, confermarono di aver visto uomini in divisa nazista, ma camuffati, col fine di celare la loro identità; nella memoria collettiva dei superstiti rimase ben presente “la partecipazione di italiani che conoscevano bene le vittime” . Alcuni fascisti della città, arruolati nella Wehrmacht, vennero addirittura riconosciuti mentre prendevano parte agli eccidi di Pratogrande e Capannone.

Anche a Larciano si era diffusa la voce e la convinzione che fossero stati repubblichini locali a guidare le truppe in Padule o che perlomeno fossero coinvolti in qualche misura. Oreste Silvestri, abitante a Larciano nella località di Castelmartini in via Morette n° 29, raccontava che la sua casa fu circondata dai soldati e uno di essi, in un italiano perfetto, con accento toscano, fatto confermato anche dalla superstite Bruna Fagni, ordinò agli occupanti di uscire fuori.

Il sergente britannico Edmonson, autore di un’approfondita inchiesta nel dopoguerra sugli avvenimenti del Padule, in un appunto a mano aveva segnalato i nomi di presunti italiani coinvolti: Italo G., Egisto I., Amerigo L., Giuliano G. di Monsummano, Achille P. di Ponte Buggianese[1]. In aggiunta a questo, fu accertato nel rapporto Edmonson che insieme ai nazisti avessero agito tre italiani: i due interpreti presso il 26° reparto esploratori, Carlo Muller di Forlì e Aurelio Boscarotto di origine veneta, e la signorina Lucia, appartenente al comando della 26esima divisione corrazzata.

[1] Claudio Biscarini,  Morte in Padule. 23 agosto 1944: analisi di una strage, Erba d’Arno, Fucecchio, 2014, p. 108.

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